Vaccinare tutto il mondo (con rapidità e organizzazione)

Ormai l’abbiamo capito. Dalla pandemia si potrà veramente uscire solo tutti insieme, nel senso di tutto il mondo. Però mentre noi ci balocchiamo fra sì-vax e no-vax, con la “libertà individuale” come idolo supremo e la “solidarietà fraterna” sullo sfondo, le disuguaglianze e le contraddizioni si moltiplicano. Eppure qualche raggio di sole compare in mezzo alle fosche nubi… Vediamo.

I dati più aggiornati sulla lotta al Covid19 e le vaccinazioni li abbiamo trovati sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità in data 25 settembre 2021. Essi ci dicono che nel mondo sono state finora somministrate oltre 6 miliardi di dosi dei diversi vaccini, che hanno messo in sicurezza però solo il 32,5% della popolazione. L’Unione Europea , con mezzo miliardo di dosi, ha vaccinato completamente il 62,1% dei suoi abitanti (l’Italia con 41 milioni di vaccinati è al 77,4% di copertura). Per capire l’importanza di questi dati, gli Stati Uniti sono fermi al 54,4% di copertura totale e la Russia addirittura al 28,5% della popolazione completamente vaccinata. Se distogliamo lo sguardo dal “nostro” mondo (e mettendo da parte l’Asia, che ha due Paesi che superano il miliardo di abitanti, Cina e India), colpisce subito il livello dell’Africa, ferma a 7,71 dosi ogni 100 abitanti.

Se poi zoomiamo sulla “nostra” Sierra Leone, scopriamo una realtà sconvolgente: 221mila dosi di vaccino inoculate su una popolazione di 7,8 milioni di abitanti, tre dosi ogni 100 abitanti, con il 2,2 per cento che ha ricevuto almeno una dose e solo lo 0,5 che può essere considerato completamente vaccinato.

 

Diventa così comprensibile il grido di dolore levato da papa Francesco già in occasione della scorsa Pasqua e periodicamente ripetuto – facendosi megafono degli appelli di organizzazioni varie, anche non governative, che lavorano sul campo: “Esorto l’intera comunità internazionale a un impegno condiviso per superare i ritardi nella distribuzione dei vaccini e a favorirne la condivisione specialmente con i Paesi più poveri”.

 

Hanno fatto titolo su giornali e telegiornali, e sono stati rilanciati dai diversi e vari social, le parole forti pronunciate dal segretario delle Nazioni Unite Guterres: “Siamo sull’orlo dell’abisso e ci muoviamo in direzione sbagliata. La maggioranza del mondo ricco si è vaccinata, oltre il 70 per cento degli africani aspetta la prima dose… Da un lato vediamo vaccini sviluppati in tempi record, dall’altro ci sono mancanza di volontà politica, egoismo, sfiducia…”.

 

Una sessione straordinaria dell’Assemblea Generale Onu è stata dedicata proprio alla lotta attiva contro la pandemia da Covid19. Ha impressionato molto la dichiarazione del presidente americano Biden: “Mezzo miliardo di dosi sarà distribuito dagli Stati Uniti ai Paesi in difficoltà”. In effetti, finora gli Usa hanno donato tre dosi per ognuna vaccinazione effettuata sui propri cittadini. Gli Usa vorrebbero contribuire alla vaccinazione del 70% della popolazione mondiale entro il 2022.

 

Si dice: non incentiviamo le terze dosi (se non per i casi davvero urgenti) nei Paesi ricchi ma soprattutto sospendiamo almeno temporaneamente i brevetti sui vaccini, così da favorire la loro diffusione. Ma forse le cose sono un po’ più complicate di così.

 

Il presidente del Consiglio Mario Draghi, che guida l’Italia nell’anno in cui il nostro Paese presiede il G20, ha deciso di giocare questa carta per spingere in una direzione che coniughi solidarietà e competenza. L’Italia – ha detto – triplicherà la propria donazione, da 15 a 45 milioni di dosi. Ma soprattutto si sta adoperando per uno sforzo organizzativo straordinario, sottolineando la necessità di potenziare il trasporto, la conservazione e la consegna dei sieri, perché altrimenti si rischia il flop, con i vaccini che non tollerano le temperature calde di tanti Paesi del Terzo e Quarto mondo. Chiede la creazione di un Global Health and Financial Forum, che metta allo stesso tavolo l’OMS, le agenzie Onu, la Banca Mondiale e le altre istituzioni finanziarie internazionali. Occorre ampliare e velocizzare la distribuzione, insomma. E intanto è urgente mettere in piedi strutture che permettano di prevenire future, possibili pandemie. E questo ci pare un buon segno.

 

Continueremo a seguire dal nostro angolo di visuale questo processo – particolarmente puntando l’attenzione sulla Comunità di Kwama che il CHC segue da anni, e le aree del circondario – confermando così il nostro impegno nel cammino verso un mondo più umano e solidale.

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