Sierra Leone: scontri in strada per il carovita. Si cerca il dialogo

Sono tempi difficili questi per i Paesi in via di sviluppo, più vulnerabili e fragili in periodi di crisi e di “egoismi” contrapposti.

È successo che in agosto la Sierra Leone, notoriamente uno dei luoghi più poveri del continente africano, pur dotato di ricchezze naturali, sia stato scosso da rivolte popolari innescate dal crescente malcontento per il carovita a causa del forte aumento dei prezzi del riso, del petrolio e, conseguentemente, del carburante. Ci sono stati disordini e scontri, presto degenerati in violenze ed eccessi che hanno causato quasi trenta morti fra civili e agenti di polizia.

Ora la situazione è più tranquilla, gli animi si sono calmati ed è in corso un tentativo di dialogo e di collaborazione. L’iniziativa è nata da un gruppo di donne commercianti, che ha indetto una manifestazione pacifica dopo diversi appelli lanciati sui social network.

Grande la preoccupazione espressa anche dall’Onu. L’ex colonia britannica, con i suoi 7 milioni e mezzo di abitanti, vive una situazione difficile, segnata dalla guerra civile, che l’ha dilaniata dal 1991 al 2002, dall’epidemia di Ebola, esplosa nel 2014, dalla pandemia di Covid-19 e dalle conseguenze della guerra in Ucraina.

I fatti sono stati raccontati con grande accuratezza sul sito VaticanNews, da Tiziana Campisi, dal cui articolo abbiamo ricavato le notizie essenziali e qualche dichiarazione del vescovo Natale Paganelli, saveriano, amministratore apostolico di Makeni.

 

Dice Paganelli: “Quando l’Europa ha un raffreddore l’Africa ha una polmonite, perché c’è una dipendenza molto forte di tanti Paesi africani – tra cui la Sierra Leone – dagli aiuti che arrivano dall’Europa, dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. La situazione è peggiorata con l’aumento forte del prezzo del diesel e della benzina. Il governo lo ha aumentato del 120% e lo ha già abbassato tre volte leggermente, ma questo è stato un brutto colpo, perché sappiamo che quando aumenta il costo del trasporto, tutto aumenta, soprattutto gli alimentari. Però per capire la situazione che si è creata in questi giorni di conflitto e di proteste occorre conoscere la divisione del Paese, una divisione storica. Il Paese, praticamente è spezzato in due: il nord e la “western area”, che è la capitale, e il sud e l’est. Queste due regioni sono rappresentate da due partiti politici, per cui la lotta è costante e non si è mai riusciti, fino ad ora, a rompere questo muro, questa barriera, in modo da arrivare a creare un’alternativa o un pluripartitismo e ciò fa sì che in vista delle elezioni, che saranno il 24 giugno del prossimo anno, già inizino le schermaglie. L’altra causa forte dello scontento della popolazione è la mancanza di lavoro, un po’ per tutti, e specialmente per i giovani. Quindi un Paese che non ha fabbriche – sono a conoscenza di due grosse fabbriche, una della birra e una del cemento e poi piccole fabbriche di trasformazione del cibo – non ha lavoro. Nelle miniere c’è lavoro, ma è poco. Insomma la gente fa fatica a tirare avanti”.

 

E così continua: “E’ urgente una coalizione politica che tiri fuori la nazione dalla povertà. Perché non è concepibile, né accettabile che in un Paese con molte risorse minerarie il popolo sia nella povertà. Certamente ci sono ricchi in Sierra Leone, fortemente ricchi, ma sono molto pochi. La maggioranza della popolazione vive alla giornata con una economia di sussistenza. Converrebbe che la comunità internazionale, che sostiene il Paese – che già vive di sussidi – riuscisse a mettere allo stesso tavolo i leader per raggiungere una intesa di coalizione, che, credo, non piacerebbe a molti, sia in Sierra Leone, perché l’avversità tra il nord e il sud è molto forte, sia a chi sfrutta questa divisione per il controllo dei minerali e preferisce un Paese diviso. Mi riferisco a interessi stranieri.

 

Gli interventi dovranno puntare su agricoltura, lavoro (anche attraverso microcredito), educazione e formazione per le giovani generazioni, sanità per assicurare una accessibilità alle strutture d parte dei più poveri e dimenticati. Tutti settori nei quali anche il Centro Helder Càmara è impegnato grazie ai donors che rispondono generosamente ai nostri appelli documentati.

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