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La Sierra Leone fa notizia sui mass media
Il 1° agosto scorso, attorno alle 7:30 italiane, la nave Razoni è partita dal porto di Odessa (Ucraìna) solcando le acque del Mar Nero, diretta a Istànbul (Turchia) col suo prezioso carico di 26mila tonnellate di mais. Il “corridoio umanitario” che si è finalmente aperto quel giorno era frutto di una defatigante trattativa fra Kiev e Mosca, trattativa indiretta, mediata dalle Nazioni Unite e dal governo di Ankara.
Sarebbe passata una settimana prima che altri tre grossi cargo prendessero il largo lungo la stessa rotta. E altri ne sono seguiti – sia pure a singhiozzo e secondo logiche “di guerra” più che di “solidarietà umana” – per alleviare la fame di popolazioni del Vicino e Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia, scongiurando (forse), o almeno attenuando, una catastrofe alimentare che appariva (e appare) una triste e ingiusta ricaduta di una guerra di invasione cattiva e inaccettabile.
Dopo le inevitabili e lunghe ispezioni nel porto che “apre” gli stretti di Bosforo e Dardanelli, la nave è passata nel Mediterraneo – mare nostrum per tutti i popoli rivieraschi – alla volta di Tripoli, nell’amato Libano, attanagliato da una crisi economica, sociale e politica formidabile.
Non conosciamo il nome dell’armatore della “Razoni”, però sappiamo che batte bandiera della Sierra Leone. Ed è anche per questa ragione che ci interessiamo di una vicenda che chi ci legge ha già trovato su altri media nelle settimane scorse. A dimostrazione che la globalizzazione non è una scelta o uno slogan, ma una realtà – anche di solidarietà – che lega destini lontani. “Non ci si salva da soli”, continua a ripetere con santa testardaggine Papa Francesco a chi spaccia facili sovranismi e soluzioni autarchiche. E propone con mani disarmate il modello francescano di “fraternità universale”.
Nel corso dell’estate altre notizie targate Sierra Leone e più in generale Africa ho trovato su vari giornali del mondo, a riprova dell’esistenza di una rete che sui temi più diversi collega uomini e donne del pianeta. Il che dovrebbe spingere tutti noi ad avere occhi attenti e cuore aperto.
Ecco una breve e significativa selezione.
A metà giugno, mentre la battaglia contro la violenza sul corpo e lo spirito delle donne continuava a tenere desta l’attenzione delle pubbliche opinioni in Europa e negli Stati Uniti (ma in modalità diverse anche nei Paesi musulmani e in tante altre società del nostro tempo), il New York Times ci dava notizia che “La Sierra Leone è uno dei pochi Stati sub-sahariani a non aver bandito la mutilazione genitale femminile, ma che contemporaneamente cresce il numero di giovani donne che si oppongono”, acquisendo coscienza e sfidando l’acquiescenza tradizionale di madri e nonne, rifiutando di sottomettersi alla dolorosissima e rischiosa procedura medica.
In luglio il sito formiche.it pubblicava un dossier dal titolo “Scontro fra potenze in Africa. Cosa cercano Russia, Francia, Usa e Cina”, molto interessante, e anche inquietante. Le potenze planetarie hanno capito la rilevanza presente e futura del grande continente e muovono pedine per imbrigliare, o almeno influenzare, le classi dirigenti, spesso deboli, più spesso corrotte, in ogni caso alla ricerca di “padrini”. Qui si lega il discorso precedente della crisi alimentare sempre incombente e aggravata dalla invasione dell’Ucraìna. Così come si lega il discorso della utilizzazione “coperta” dell’estremismo islamico come arma indiretta di pressione, come nel Mali e in tutta la regione del Sahel, per esempio. Il Camerun ha accettato l’utilizzazione di contractor russi come milizia privata dei servizi di sicurezza per cosiddette “attività ibride”, cioè lavoro sporco.
Si dice nel dossier: “I Paesi africani hanno ormai acquisito consapevolezza di essere campo di battaglia di una partita complessa, e per questo evitano accuratamente di schierarsi ed esporsi verso uno dei lati in gioco. Sanno in effetti che per i propri interessi il mantenimento dell’equilibrio è fondamentale. Tant’è che, per esempio, fin dal voto di marzo sulla risoluzione ONU di condanna all’aggressione russa, solo otto Paesi africani hanno avuto la forza di schierarsi a favore, mentre in 25 si sono astenuti o sono risultati assenti, e l’Eritrea ha votato contro; e nessuno ha poi aderito alle sanzioni occidentali”. Successivamente alcuni Paesi (fra cui la Sierra Leone) sono stati “recuperati” sulle posizioni ONU quando si è trattato di votare una risoluzione sulle conseguenze umanitarie dell’invasione.
Un discorso a parte riguarda la Cina, che compete soprattutto attraverso l’acquisto di suolo e di piantagioni per garantirsi approvvigionamenti alimentari, ma anche l’”offerta” di investimenti nel settore strategico delle infrastrutture (lo si vede in Sierra Leone, ma anche in Senegal e tanti altri Paesi africani). Sul piano strategico-militare si può ricordare l’acquisizione della base di Gibuti, e ora Pechino sta addirittura sognando un porto sull’Atlantico, magari in Guinea-Bissau.
Ancora un altro “affaccio” della Sierra Leone sulla scena internazionale dei mass media, stavolta fra il ridicolo e il vergognoso. Notizia messa in onda da SkyTg24 del 6 luglio, a proposito di una combine in due partite di calcio negli spareggi per l’accesso alla prima divisione del campionato nazionale.
Diceva il giornalista dell’emittente: “Quasi 200 goal in appena 180 minuti. È il risultato surreale di due partite di calcio disputate domenica scorsa in Sierra Leone. Una vergogna!” E spiegava: Le sfide, valide per l’accesso alla prima divisione del campionato nazionale locale, hanno visto affrontarsi Gulf FC e Koquima Lebanon da una parte e Kahunla Rangers e Lumbebu United dall’altra: la prima è finita 91-1, la seconda è stata fermata sul 95-0. Entrambe le sfide sono state annullate per manipolazione, nonostante le persone coinvolte abbiano detto di non sapere nulla.
Il presidente della federazione della Sierra Leone, che ha aperto un’inchiesta, ha detto che “una situazione così imbarazzante non rimarrà impunita” e che i responsabili “verranno consegnati alla commissione anticorruzione del Paese”.
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