Kabul e oltre

Murphy aveva previsto tutto con le sue “leggi”. Come se non bastassero il Covid planetario, i disastri ambientali che non risparmiano niente e nessuno, le guerre che insanguinano tanti angoli di mondo, i movimenti migratori per conflitti, carestie, crisi politiche ormai diventati elemento stabile del panorama geopolitico… l’Afganistan in questi giorni ridiventa un “buco nero” che rischia di triturare un intero popolo insieme ai fallimenti di una velleitaria esportazione di “democrazia”. Gli Stati Uniti ne escono malissimo, l’Occidente intero molto ammaccato, ma sappiamo esserci spettatori interessati che si preparano a occupare i posti lasciati liberi, gli integralismi si fregano le mani…

Il discorso della “universalità” della democrazia però non è un mito, né una pericolosa via per la egemonia. Lo vediamo ogni volta che essa viene negata, in Bielorussia come in Myanmar. Gli “odiati” Stati Uniti vengono criticati ogni volta che il richiamo isolazionista li allontana dal loro “dovere” di tutela dei diritti umani.

Insieme alla enorme quantità di interventi, commenti, analisi, sono stati registrati silenzi e timidezze. Soprattutto da parte dell’Islam moderato. Perché mentre l’Iran e Hamas (sì proprio da Gaza) applaudivano alla “storica sconfitta” del nemico americano, solo pochi esponenti del mondo musulmano hanno avuto il coraggio di dire il proprio dissenso e la condanna per il “modello talebano”. In Italia la Coreis (Comunità Religiosa Islamica) per bocca del suo presidente imam Yahya Pallavicini ha dichiarato a proposito degli “studenti” (è il significato di taliban) che comandano ora a Kabul:  “Una scuola di ignoranti ha la pretesa di guidare il Paese con il giustizialismo e il tribalismo, con l’odio e la violenza fratricida”. 

Forse bisognerebbe rileggere con gli occhi di oggi il testo (a torto  secondo me vituperato) dell’intervento di papa Ratzinger a Ratisbona nel 2006: non attaccava l’Islam, ma chiedeva ai musulmani di fare i conti con le spinte violente al proprio interno. E infatti qualcuno lo capì. Ma dopo la firma del Documento sulla “Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune” firmato da Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahamand al-Tayyb nel 2019, ci saremmo aspettati un maggiore attivismo dalla sponda islamica…

Il Vescovo di Roma Bergoglio ancora una volta è andato al cuore del problema. I traffici di armi e il commercio della droga sono la benzina che fa funzionare il motore. Le coperture ideologiche sono, appunto, coperture. A farne le spese anche stavolta saranno le donne, i bambini, ma anche i più deboli, gli invalidi da decenni curati da Emergency e da altre ONG, Croce Rossa e ONU.

E quindi c’è un altro aspetto che vorremmo sottolineare. Nel disastro senza aggettivi a cui assistiamo, ci sono state e ci sono “buone pratiche” di cui spesso ci dimentichiamo, nelle città e nei villaggi afgani, iniziative che hanno seminato e curato piantine di novità di vita e di esperienza, nel campo della sanità, dell’istruzione, della cura delle persone, dei diritti quotidiani. Non scompariranno. Così come ci sono volontari e istituzioni che fra mille difficoltà costruiscono percorsi  di salvezza per profughi e naufraghi, corridoi umanitari e luoghi per ricominciare vite interrotte. C’è una rete di resistenza a coloro che vogliono farci credere che è tutto inutile, che è sempre stato così… E invece la speranza esiste, resiste, opera.

Il Centro Helder Camara fa parte di questa rete. Siamo qui a resistere per aiutare i nostri amici della Sierra Leone, ma con gli occhi ben aperti anche sul resto del mondo, per fare squadra con gli altri nostri fratelli e sorelle impegnati sulle frontiere della umanità, della fratellanza, della decenza. Grazie a tutti coloro che vorranno impegnarsi con noi.

 

Giorgio Acquaviva

Argomenti trattati:
# # # #