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Il papa: troppe mire coloniali sull’Africa
Nelle ultime settimane diverse analisi sull’Africa hanno occupato spazio su riviste cartacee e online, a testimonianza della crescente importanza dei destini del grande continente.
Non possiamo non partire dal viaggio pastorale (il terzo in quel continente!) effettuato da papa Francesco in Congo e Sud Sudan, che ha avuto un’evidente funzione simbolica, trattandosi di due degli Stati più tormentati del pianeta, flagellati dalla guerra e dalla fame non meno che dalle ambizioni predatorie del colonialismo, sia quello tradizionale di matrice occidentale sia quello di nuovo conio di matrice cinese e russa.
Il Papa infatti – viene riportato in un articolo delle Acli nazionali – con parole forti e precise, ha ricordato che “dopo quello politico, si è scatenato infatti un colonialismo economico, altrettanto schiavizzante. Così questo Paese (il Congo, ndr) ampiamente depredato, non riesce a beneficiare a sufficienza delle sue immense risorse: si è giunti al paradosso che i frutti della sua terra lo rendono straniero ai suoi abitanti. Il veleno dell’avidità ha reso i diamanti insanguinati. E’ un dramma davanti al quale il mondo economicamente più progredito chiude spesso gli occhi, le orecchie e la bocca”, e ha invocato “una diplomazia dell’uomo per l’uomo, dei popoli per i popoli, dove al centro non vi siano il controllo delle aree e delle risorse, le mire di espansione e l’aumento dei profitti, ma le opportunità di crescita della gente”.
Non sono parole di occasione, ma è la coerente traduzione del costante magistero di Francesco sulla necessità di tenere insieme l’impegno per la pace, per lo sviluppo umano, per la democrazia, per la giustizia sociale, come traduzione del messaggio evangelico rivolto all’essere umano di oggi.
Non è un caso che nel Sud Sudan il Papa abbia voluto essere accompagnato dal Primate della Chiesa anglicana e dal Moderatore (metodista) della Chiesa di Scozia (nella foto): se tale impegno chiama in causa la vocazione dei cristiani, allora tutti i cristiani, al di là delle divisioni confessionali, debbono essere partecipi delle sue soluzioni, non per un vago ed irenico sincretismo ma per una concreta testimonianza di amore.
La fame di pane, di giustizia e di pace è propria di tutta l’umanità, ed il sapervi dare risposta è compito del cristiano: una risposta aliena dalla violenza, perché, come ha detto il Papa nel commiato da Juba, da una terra ferita da una guerra fratricida feroce ed incomprensibile “si deve mettere sulle ferite il sale del perdono: brucia, ma guarisce”.
Ciò non significa che non debba essere una risposta decisa, chiara e senza sconti, nel Nord come nel Sud del mondo, e richieda a tutte le forze sociali di ispirazione cristiana un di più di attenzione alle povertà e alle fragilità del nostro tempo per saperle superare insieme.
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DEMOGRAFIA – Le ultime proiezioni delle Nazioni unite suggeriscono che la popolazione mondiale potrebbe crescere fino a circa 8,5 miliardi nel 2030 e 9,7 miliardi nel 2050, prima di raggiungere un picco di circa 10,4 miliardi di persone negli anni ’80 del 2000. La popolazione dovrebbe rimanere a quel livello fino al 2100.
Zoomando sull’Africa, che attualmente ha 1,4 miliardi di abitanti, per la fine di questo secolo supererà i 4 miliardi, secondo tutte le proiezioni.
Ma non basta: secondo quanto emerge da un report delle Nazioni unite, più della metà del previsto aumento della popolazione mondiale sarà concentrato in otto paesi, cinque dei quali proprio in Africa: si tratta di Repubblica democratica del Congo, Egitto, Etiopia, Nigeria e Tanzania.
Il rapporto inoltre mostra che la Nigeria è attualmente il sesto paese più popoloso del mondo e si prevede che entro il 2050 avrà la stessa popolazione degli Stati Uniti, 375 milioni di persone, diventando il quarto paese più popoloso del mondo.
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AGRICOLTURA – Discutere della sovranità alimentare del continente africano di fronte alle sfide del sistema internazionale: questo l’obiettivo del summit Dakar-2, svoltosi tra il 25 e il 27 gennaio, con la partecipazione di 34 capi di Stato africani e dei responsabili di alcune organizzazioni internazionali.
Dalla due giorni nella capitale del Senegal è emerso che il continente deve rafforzare la sua sovranità in questo settore e deve fare “esplodere” quelle che sono le sue potenzialità.
Durante i lavori, è stato sottolineato come in Africa ci sia il 65 per cento delle terre ancora arabili a livello mondiale e che questo sia un punto di partenza per rendere il continente il granaio del mondo,
Nella dichiarazione finale del summit si fa anche riferimento alle conseguenze della pandemia e della guerra in Ucraina sulle forniture alimentari come spinta per lo sviluppo del settore a livello continentale. Anche il cambiamento climatico è stato citato durante i lavori come uno dei problemi che affliggono l’Africa e che il continente deve superare.
Durante la conferenza di Dakar, la Banca dello sviluppo africana (Afdb) ha anche lanciato, insieme al Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (Ifad), un’iniziativa denominata “Mission 1 for 200”, che mira a stanziare aiuti per circa 40 milioni di agricoltori in tutto il continente e ad aumentare la produzione per fini interni. Il progetto vedrà la partecipazione di altri partner internazionali.
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