È il momento della vergogna

«Vi confesso — ha detto il Papa al Regina coeli del 25 aprile — che sono molto addolorato per la tragedia che ancora una volta si è consumata nei giorni scorsi nel Mediterraneo. Centotrenta migranti sono morti in mare. Sono persone, sono vite umane, che per due giorni interi hanno implorato invano aiuto, un aiuto che non è arrivato. Interroghiamoci tutti su questa ennesima tragedia. È il momento della vergogna. Preghiamo per questi fratelli e sorelle, e per tanti che continuano a morire in questi drammatici viaggi. Preghiamo anche per coloro che possono aiutare ma preferiscono guardare da un’altra parte».

Ma il momento della vergogna non è solo quello.

L’associazione “Medici senza frontiere” , così come l’Oxfam e il Greek refu-gees Council, ci ricordano il quotidiano e assurdo tormento inflitto a oltre 6000 migranti, prigionieri di fatto, nell’isola di Lesbo, in Grecia. Famiglie, anziani, donne incinte, bambini, anche con gravissimi e documentati segni di disagio psichico, persone abusate, tutte in marcia da un campo all’altro. Destinazione finale il concentramento di Moira 2, un campo sorto provvisoriamente dopo un incendio, che sembra però essere usato stabilmente come meta finale per tutti i disgraziati che hanno avuto in sorte Lesbo nella loro fuga per la vita. Presto saranno oltre 7000, provenienti da Afghanistan, Siria, Somalia, hanno diritto a protezione internazionale, ma sono di fatto prigionieri.

Un’altra rotta è quella che ha portato da gennaio più di 4.500 migranti — persone provate, abusate, fragili, anche minori soli — in territorio spagnolo, via mare, dopo aver percorso 1.500 chilometri attraverso il continente africano per arrivare all’imbarco della rotta per le Canarie. Centinaia le persone soccorse in mare, ma altrettante quelle che, ufficialmente, non ce l’hanno fatta e sono state recuperate senza vita. Le ultime 24 fra loro sono rimasti vittima del naufragio dello scorso 27 aprile.

L’agenzia dell’ Onu per i rifugiati e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) segnalano nell’ultimo mese un’esplosione di arrivi. Un allarme che conferma quello analogo, per il Mediterraneo, lanciato giorni fa dal ministero dell’Interno italiano.

Le rotte delle migrazioni sono come fiumi. Se qualcosa lungo il percorso ne intralcia il corso, l’acqua tracima e travolge tutto. E se un evento aumenta il volume delle acque, gli argini non reggono. L’insicurezza nel Sahel è uno dei motivi che sospinge la gente in fuga verso l’altrove. Quasi una reazione meccanica. E non serve a dissuadere i migranti la pessima condizione del mare, come quella delle ultime settimane.

Anche per questo Oim e Agenzia Onu per i Rifugiati sono tornate ad insistere sulla necessità di fornire a queste persone in pericolo di vita dei corridoi sicuri e la possibilità di arrivare legalmente. Altrimenti non resta loro che la prospettiva della deriva e di giorni spesso senz’acqua e cibo, soccorse e salvate, quando va bene, quasi sempre in gravissimo stato di disidratazione.

Ed è il momento della vergogna anche per l’inerzia degli Stati e dell’Europa.

Che vergogna gli aiuti alla Turchia e alla Libia, perché facciano per noi il lavoro sporco!

In un comunicato congiunto delle agenzie si legge “gli Stati, tutti gli attori internazionali, regionali e locali dovrebbero rafforzare la loro cooperazione nella lotta contro le reti di contrabbando e traffico di esseri umani che continuano a trarre profitto dalla disperazione e dalla vulnerabilità dei migranti e dei rifugiati”.

I sopravvissuti all’ultimo naufragio venivano tutti dall’Africa sub sahariana, uno dei maggiori collettori di instabilità del pianeta. Tutti avrebbero diritto a protezione internazionale. Ma la loro sorte resta incerta.

Il Sahel è una delle regioni più martoriate di tutta l’Africa. È una zona cruciale per le rotte migratorie verso l’Europa, dove sono attive milizie armate di matrice islamica.

Al momento, nella regione che si estende tra l’Oceano Atlantico e il Sudan ventinove milioni di persone sono alle prese con una situazione sempre sull’orlo della crisi sanitaria, esacerbata negli ultimi anni a causa del peggioramento del clima e dallo scoppio di una violenza sempre più diffusa.

C’è davvero un gran bisogno di uno sguardo ampio, realistico ma solidale, per affrontare questi problemi, che sono epocali e globali, e anche noi, dal basso, dovremmo far sentire la nostra voce e metterci le nostre mani e la nostra faccia per chiedere a gran voce, come Papa Francesco quasi in solitaria non smette di fare, una politica che esca dagli egoismi e dalle difese, che affronti con realismo e lungimiranza questa grande sfida del nostro tempo. Per non vergognarci e riappropriarci della nostra umanità.

 

Rosanna Tommasi

 

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