Dopo l’11 settembre

Nel 1989, mentre si preparava la caduta del Muro di Berlino, lo storico Francis Fukuyama pubblicò il saggio “La fine della storia”. Si parlò sempre più frequentemente allora di “secolo breve” per indicare il Novecento (dal 1914 al 1989, appunto), ma quando negli anni 90 le guerre e le pulizie etniche insanguinarono la ex-Jugoslavia il cardinale CMMartini ammonì che occorreva parlare di “secolo non più breve” perché orrori e massacri si stavano ripetendo di nuovo nel cuore del continente europeo. No, la storia non era finita…

 

Pochi anni e il terzo millennio ebbe un battesimo di fuoco proprio con il crollo delle Torri Gemelle di Manhattan e le speranze di un mondo nuovo sembrarono crollare con esse. La storia continuava, con nuovi attori che si affacciavano sulla scena. Un conflitto duro spaccò il mondo islamico mentre solo tre mesi dopo l’attentato di New York la Cina entrava nel WTO, ponendo fine alla politica dell’isolamento.

Ma veniamo a oggi. La maggior parte dei commenti e delle analisi sul ventennale dell’11 settembre hanno insistito sulla necessaria autocritica dell’Occidente (in primis gli Stati Uniti) a proposito della reazione al massacro di 2996 persone. La reazione militare assunse subito il sapore della vendetta, dello “scontro di civiltà”, della “crociata” . Quest’ultimo termine fu usato con disinvoltura dal presidente George W. Bush e produsse una piccata replica da parte di papa Giovanni Paolo II che già il giorno dopo, alla udienza generale, pronunciò frasi come: «Un giorno buio nella storia dell’umanità, un terribile affronto alla dignità dell’uomo». Sì, perché «il cuore dell’uomo è un abisso da cui emergono a volte disegni di inaudita ferocia». Eppure, «il credente sa che il male e la morte non hanno l’ultima parola», anche quando «la forza delle tenebre sembra prevalere». «Mai le vie della violenza conducono a vere soluzioni dei problemi dell’umanità». Poi venne la guerra in Iraq e la situazione divenne ancora più intricata e oscura. Quel settore del Medio Oriente è lungi dall’essere pacificato o “normalizzato”. Il ritiro precipitoso dall’Afghanistan ne è la parabola più chiara.

 

Oggi abbiamo capito che non è possibile affidarsi alla forza delle armi per sconfiggere il terrorismo, se non si lavora sulle cause che lo ispirano e muovono. Abbiamo capito che non si esporta la democrazia e anche che – come scriveva il Manifesto qualche giorno fa – non ci si propone di liberare le donne con una guerra fra uomini… Abbiamo capito che solo il rispetto delle differenze, la solidarietà internazionale, l’aiuto reciproco fra popoli e stati può risolvere crisi e conflitti.

 

Ma gli scorsi vent’anni in Afghanistan non sono stati solo la débacle dell’Occidente. C’è stato un Occidente disarmato che ha lavorato a rendere più umana la vita di uomini, donne e bambine, a offrire agli abitanti di quel Paese una alternativa alla economia dell’oppio, all’isolamento, al settarismo e all’odio. Ong (Emergency in testa), iniziative di base, associazioni ispirate religiosamente hanno lavorato nei villaggi e nelle città, allevando nuove generazioni alle quali ora è affidato il compito (difficilissimo!) di fare fronte comune di resistenza al regime. Rimane quindi una domanda sulle aspettative che noi tutti abbiamo sulla capacità di reazione delle democrazie ogni volta che in qualunque luogo del pianeta vengono messi a rischio diritti e dignità. Non se e dove e quando, ma come.

 

Cosa si può fare? Tenere sempre aperti canali di dialogo, nonostante le sordità e le contraddizioni, nonostante si sia consci che un regime come quello talebano si fonda sulla menzogna e la violenza. Eppure canali ci vogliono, non foss’altro per sperare e lavorare per nuovi “corridoi umanitari” e senza mai rinunciare a fare pressioni diplomatiche e economiche.

 

Lo ha detto bene il presidente Mattarella ricordando l’11 settembre 2001: “La memoria della barbara aggressione di vent’anni or sono ci spinge con sempre maggiore vigore a proteggere quella cornice comune di valori che risponde ai principi di libertà e pacifica convivenza tra popoli. (…) rafforzare un ordine mondiale incentrato sul diritto, sulla giustizia sociale ed economica, attraverso la cooperazione, il dialogo multilaterale, nella profonda convinzione che tale impegno consentirà di affrontare le nuove decisive sfide che si profilano sullo scenario globale per lasciare un futuro migliore alle nuove generazioni”.

 

Per tutte queste ragioni il Centro Helder Camara ci tiene a dire la sua anche in occasione di questo anniversario in modo non formale o convenzionale. Perché le vicende e le storie che ci vedono impegnati (in Sierra Leone ma non solo) fanno parte della storia più ampia della umanità di oggi e di domani. E noi vogliamo esserci.

G.Acq.

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