Moses racconta…

Moses Fullah è nato in Sierra Leone nel 1965, vive in Italia dal 1993, a Bernareggio, ed è un prezioso collaboratore del Centro Helder Camara (CHC).

E’ reduce da un viaggio nel suo Paese, soprattutto nella zona di Mamanso, ma ha visitato anche la Comunità di Kwama. Era la prima volta da quando è scoppiata la pandemia da Covid19 e a lui abbiamo chiesto notizie e valutazioni sulla situazione laggiù.

 

Moses, raccontaci come è andato il tuo viaggio…

 

“Ho trovato la Sierra Leone impoverita, a causa della svalutazione. Il governo va avanti con i prestiti della Banca Mondiale. Il costo della benzina cresce. Si importa qualsiasi materiale serva per le costruzioni, cemento, ferro, vernici (c’è una fabbrica di vernici, ma non produce abbastanza). Si importano anche prodotti alimentari perché non c’è autosufficienza nella produzione agricola.

 

“La gente da sola non riesce a fare fronte alle necessità. A Mamanso ho visto casi di persone che non riescono neanche a comprare la lamiera ondulata. Bisognerebbe fare un intervento come avvenne anni fa a Kwama con l’ingegner Gianfranco Stella (il fondatore del CHC, ndr): loro possono provvedere a sistemare i muri col cemento e noi fornire invece la lamiera per coprire il tetto.

 

“Ma le difficoltà si vedono dappertutto. La situazione di incertezza, naturalmente, favorisce corruzione e criminalità. Quelli che si spostano nella capitale Freetown si illudono di poter sopravvivere meglio. Certo, alcuni trovano un lavoro, ma molti finiscono nel giro di droga e alcool. Soprattutto i giovani, che spesso non sanno cosa fare.

Che ci puoi dire dei programmi portati avanti dal CHC? Sono stati efficaci?

 

“Sì, senz’altro. Puntare sulla scuola, l’istruzione, è stata la scelta giusta. Perché vuol dire puntare sulle nuove generazioni, sul futuro. Io stesso senza scuola non sarei qui in Italia oggi. Ho frequentato la scuola secondaria a Makeni, dai Saveriani, e questo mi ha consentito di trovare un lavoro da operaio in Italia. Ma la situazione qui era diversa allora… Ora è tutto più complicato.

 

“Bisogna capire che se non si interviene sulla povertà laggiù (in tutta l’Africa, ndr)  non si potrà fermare l’emigrazione. E’ urgente offrire una vita migliore nei villaggi per evitare l’esodo. Occorrono scuole, case, luoghi di ritrovo per i giovani, luoghi di incontro e di socializzazione. Per esempio i programmi di sviluppo dell’agricoltura sono importantissimi, perché legano i giovani alla terra e garantiscono un domani migliore, senza il miraggio di andare nella capitale.

“Oggi i ragazzi vogliono andare a scuola, capiscono che dall’istruzione passa l’opportunità di migliorare la loro situazione. E allora la struttura agricola va costruita su contadini che magari nei periodi della raccolta del riso possono assumere giovani stagionali. Contadini che non rimangano isolati a farsi la concorrenza fra piccoli ma che si consorzino, creino cooperative (una specie di modello “emiliano”) perché così possono meglio sostenere i rapporti con i commercianti che vengono a comprare i prodotti. Un’agricoltura davvero sostenibile.

 

Come hai trovato la situazione a Kwama?

 

“Kwama è diventata una cittadina, non è più un villaggio. C’è stato sviluppo, la situazione appare migliorata, anche se c’è ancora tanto da fare. La comunità ha funzionato nel creare nuovi rapporti positivi fra le persone. La gente sta meglio e questo vuol dire che i progetti hanno portato risultati.

 

Giusta la soddisfazione, ma ci sono realtà ancora difficili…

 

“Certo, non dobbiamo chiudere gli occhi, bisogna sempre essere pronti a capire i bisogni e ad ascoltare le richieste. Ora è il governo a essere in ritardo con i programmi scolastici e allora è decisivo per esempio continuare a sostenere il pagamento degli insegnanti, perché quella della istruzione è una scommessa troppo importante. La creazione di uno Skill Training Center per i giovani è stata una trovata eccezionale, che sta dando buoni frutti, e sogno di poterne creare uno anche nella mia cittadina, a Mamanso.

 

Il Covid è un grosso problema nel Paese?

 

“Non si può dire che non ci sia, ma non è una situazione drammatica. In tutta l’Africa subsahariana l’età media della popolazione è bassa, la maggior parte ha meno di 50 anni, e quindi l’incidenza del virus non è stata molto alta. E poi forse gli africani sono più abituati a reagire rapidamente e correttamente alle epidemie, viste le esperienze passate…

 

(intervista raccolta da Giorgio Acquaviva)

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