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Palestina: prime necessità, scuole e psicologi
Sul fronte della Palestina (Gaza e Cisgiordania) non si può che partire da una ferma condanna del meccanismo “neocoloniale” (copyright cardinale Pizzaballa, Patriarca latina di Gerusalemme) messo in moto dal presidente Usa Trump, con il pomposo nome di “Board of Peace, nel quale si entra pagando un gettone di 1 miliardo di dollari e del quale fa parte una cinquantina di stati assortiti. Dei 27 membri della Unione Europea solo l’Ungheria ha aderito, Bulgaria e Malta sono indecisi, mentre Cipro, Italia, Grecia e Romania saranno “osservatori”, qualunque cosa questo possa significare.
La situazione sul campo continua a essere tragica e tendente al peggio, con la fase2 mai decollata nella Striscia, con Hamas che non consegna le armi e Israele che continua a sparare e bombardare; in Cisgiordania è avviata una strisciante annessione dei territori occupati nel 1967, e nessuno affronta seriamente il nodo dei coloni violenti, la vita dei residenti è sempre più complicata, ai limiti dell’impossibile.
In questo panorama, il nostro impegno con Pro Terra Sancta continua. Grazie all’iniziativa del Patriarcato e della Caritas Gerusalemme si è riusciti a garantire cibo e beni di prima necessità nella Striscia di Gaza, e particolarmente medicinali, protesi, assistenza psico-educativa per i bambini. Nel 2025, 300 famiglie sono state aiutate concretamente e circa mille bambini dei campi profughi sono stati raggiunti. È prossima l’apertura di due mense pubbliche a Gaza.
L’altro “polo” di intervento che stiamo valutando è l’erogazione di borse di studio a supporto dei bambini e dei ragazzi di Betlemme che frequentano il Terra Santa College. E questo perché – come ben sapete – a noi interessa moltissimo lavorare nella prospettiva di un futuro migliore e più umano per le giovani generazioni.
In attesa di mettere a punto dettagliati programmi, quindi, vi chiediamo di aderire a queste linee di intervento per il 2026. Presto vi racconteremo dove e come lavoreremo concretamente per rendere più vivibile l’esistenza in quella terra martoriata a noi così cara.
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Intanto, leggete questa storia che arriva, appunto, dalla Palestina.
Una storia che sa di VITA, di fratellanza e solidarietà commovente.
Andiamo in Palestina, in un piccolo ospedale di Gaza danneggiato e sovraccarico. In corsia si corre contro il tempo: luci al neon che tremano, rumori che arrivano da fuori, odore di disinfettante mescolato alla polvere. Un medico spinge un vecchio carrello che cigola sul pavimento. In questo caos, Aisha entra in reparto maternità tenuta per un braccio dal marito. Ha il velo impolverato, gli occhi stanchi, la testa fasciata.
Davanti a loro ci sono culle una accanto all’altra. Sui cartellini di cartone qualcuno ha scritto nomi in fretta; su altri ci sono solo numeri. Un’infermiera indica una culla, poi un’altra. Aisha si blocca, come se dovesse convincersi che ciò che sta vedendo è reale. Poi fa due passi, legge un nome sul cartellino e guarda quel bambino. Inizia a piangere e ripete, quasi senza voce: “È mio figlio. È vivo. Sia lodato Dio”. Il piccolo ha già tre mesi. La guarda senza sapere nulla di quello che è accaduto, muove le dita come per cercare un contatto, come fanno tutti i neonati. Aisha allunga la mano e lui la afferra. Un gesto istintivo e naturale.
La storia di Aisha comincia nel campo profughi di Al-Shate’, nel nord della Striscia, dove aspetta il suo primo figlio. Il parto avviene in giorni in cui ogni spostamento è difficile e ogni scelta è un rischio. Aisha arriva in ospedale appena prima di partorire, all’improvviso, dopo che suo figlio aveva appena visto la luce, il boato. Una bomba, vicina a lei, esplode. Ferite alla testa, il caos più totale. Aisha perde conoscenza. I medici la credono morta. In pochi minuti, nel disordine di quelle ore, la avvolgono per la sepoltura. Il neonato, invece, viene messo in salvo. Si aprono due traiettorie che sembrano definitive: da una parte un corpo che si pensa senza vita, dall’altra un bambino che nessuno sa se sopravviverà.
Sulla strada verso il cimitero accade l’imprevisto. Quel corpo “immobile” ha un sussulto. Aisha vomita. Respira. Riprende conoscenza. La riportano indietro, di corsa. Inizia un periodo di cure e di rianimazione: giorni di medicazioni, fasciature, dolore, debolezza. Quando finalmente può alzarsi, dopo due mesi, per prima cosa chiede di suo figlio. E lì comincia un’altra fatica, più lunga: cercarlo in una città dove i telefoni non funzionano, dove i reparti si spostano e dove i nomi si perdono.
Aisha gira tra strutture e corridoi. Chiede, ma non trova risposte. Lo crede morto. Si prepara a convivere con quell’idea, quando inaspettatamente lo ritrova nello Shuhad’a Al-Aqsa, nel reparto maternità. E in quel momento non servono spiegazioni. I medici fanno spazio. Qualcuno le porge dell’acqua. Aisha piange di nuovo, ma questa volta è un pianto liberatorio, pieno di commozione, che la fa respirare.
Il mattino dopo la dottoressa Asma la visita con calma, cambia le medicazioni, controlla le ferite. Poi prepara un sacco con l’essenziale: farmaci, paracetamolo, latte per il bambino, un termometro, coperte piegate con cura. Le spiega come dosare le gocce, quando tornare, che cosa monitorare. E le dice una frase che non ha bisogno di essere abbellita: «Non resterai sola».
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