Dialogo con Padre Bruno Guzzonato, un ‘non-missionario’ in Sierra Leone

Padre Bruno Guzzonato è un caro amico della nostra Associazione.

Appartiene alla Congregazione di San Giuseppe, istituto religioso i cui membri sono chiamati comunemente “giuseppini del Murialdo”, dal nome del fondatore Leonardo Murialdo – definito il prete degli orfani e della dignità del lavoro – che la creò nel 1873.

Il primo contatto di  CHC con p. Bruno risale al 2014, quando la nostra voglia di conoscere i bisogni e le esigenze della Sierra Leone ci spinse a nord rispetto all’area di intervento tradizionale, fino a Makeni, dove ha sede la St. Joseph House.

I rapporti con p. Bruno sono sempre stati improntati a ospitalità, cordialità, amicizia. Con lui ci si sente a casa, fra amici: basta vedere il sorriso con cui ti accoglie quando arrivi e gli porti in dono un semplice pacchetto di polvere di caffè e lui prepara subito una moka…

Tratti caratteristici della sua personalità e del modo di essere in generale dei “giuseppini”, quando dal semplice vissuto si passa a esaminare questioni grosse di sottosviluppo e dignità umana…. Questo ci ha consentito di entrare meglio in contatto con la realtà del Paese africano e di amare la sua gente.

Abbiamo chiesto a padre Bruno di raccontare un po’ la sua storia e le motivazioni che lo hanno portato a svolgere il suo ministero in Sierra Leone. Lui ha risposto con questa bella lettera indirizzata alla nostra presidente Rosanna Tommasi. Uno scritto dallo stile personale e spontaneo, che è anche uno spaccato di vita in frontiera. E di questo lo ringraziamo.

 

Cara Rosanna,

eccomi, finalmente. Dico ‘finalmente’ perché mi ero impegnato a rispondere alle vostre domande parecchio tempo fa, ma poi… circostanze di vita me lo hanno impedito.

Chi dialoga con voi è un ‘non-missionario’ giuseppino, vicentino di nascita, attualmente impegnato nella missione dei Giuseppini in Sierra Leone, nell’Africa Occidentale. Dico ‘non-missionario’ non perché me ne manchi la voglia di esserlo, anzi, questa l’ho avuta fin da bambino, ma perché appartengo ad una famiglia religiosa che non è missionaria per natura.

Nonostante questo ho trascorso tutta la mia vita fuori dall’Italia, includendo anche i tre anni di pastorale che si facevano tra il liceo e la teologia (adesso ne fanno solo due). Si è così avverato un desiderio espresso da me ‘senza sapere in realtà quello che dicevo’ quando, dopo aver ricevuto la Cresima dal vescovo missionario giuseppino, nativo del mio paese, mons. Massimiliano Spiller, nel ‘nostro’ santuario mariano su in collina. Lui stesso si incontrò, per pura coincidenza, con me e mia mamma fuori dalla porta della chiesetta e mi chiese a bruciapelo se volevo essere anch’io missionario. Ovviamente risposi di ‘sì’. E missionario lo sono diventato e lo sono ancora con sommo piacere.

Ho cominciato la mia vita da giuseppino in Spagna (i tre anni di pastorale), e lì sono tornato dopo l’ordinazione sacerdotale. Di là sono balzato oltre Atlantico, negli Stati Uniti dove ho lavorato per circa sette anni. E inaspettatamente ancora, di là sono rimbalzato in Africa, qui in Sierra Leone. Ciò avvenne nel 1993, vent’otto anni fa.

Mi chiederete come mai questi cambi così ‘radicali’ di lingua e culture. La risposta è semplice: come persona consacrata a Dio ho anche il voto di obbedienza, che non è l’obbedienza della caserma o della fabbrica, fatte di “Signor Sì!” e silenzio. Uno cerca la volontà di Dio sopra la sua vita insieme a una comunità e l’aiuto di un Superiore, e manifestando con sincerità il proprio punto di vista. Non ho mai chiesto niente: “Vorrei stare qui, o andare là, fare questo o quello”. È così che ho ricamato la mia vita nel modo in cui è.

Vi chiederete anche se sono contento di essere quello che sono e di stare dove mi trovo. Ovviamente sì, altrimenti avrei cambiato già molto tempo fa. Il desiderio che sentiamo tutti dentro di darci a qualcuno (“No man is an island” è stato scritto…) e che si poteva realizzare in mille modi, incluso il crearsi una famiglia propria, io l’ho vissuto e soddisfatto donandomi a una Persona, la persona di Dio, e per Lui, spendendomi per le persone che lui mette sulla mia strada ovunque vada. Adesso, qui, in Sierra Leone.

Questa visione che ho della vita mi fa sentire bene, in pace, sempre, quando le cose mi vanno bene e quando non vanno come io vorrei. Se non vanno bene dal mio punto di vista, penso che vadano bene dal punto di vista di chi ha in mano il progetto completo della mia vita. Lui sa il perché di tutto. E vai avanti con fiducia nonostante le apparenze.

Sto dicendo implicitamente che la mia vita, come quella di qualunque altro, è intessuta di soddisfazioni e di contrattempi.

Il mio lavoro principale adesso – e da sedici anni in qua –  è quello formativo. Nel 2005 mi si chiese di spostarmi da Lunsar, dove dirigevo la scuola Secondaria ‘Murialdo’, a Makeni, per riaprire la comunità formativa. Ho lavorato per sette anni con i giovani candidati che si preparavano al Noviziato, e poi per altri nove, questo compreso, come Maestro dei novizi. Lavoro delicato e che richiede una dedizione costante, in cui soddisfazioni e piccoli fallimenti si intessono. E poi, fin dall’inizio, ho sempre integrato questo lavoro ‘in casa’ con la collaborazione nella pastorale nei fine settimana. E qui ho trovato delle belle soddisfazioni, più immediate e più percepibili  che nel campo formativo: battezzare gruppi di catecumeni anche di 40-50 persone tra adulti e ragazzi, benedire gruppi di coppie ovviamente già conviventi secondo il matrimonio tradizionale e con figli, iniziare nuove comunità in villaggi in cui il sacerdote non era mai arrivato, costruire cappelle e celebrarne la benedizione con la partecipazione del vescovo. Queste sono grandi gioie per un prete, che appagano quel desiderio di paternità, fortissimo negli africani, pur se di ‘paternità spirituale’ si tratta. Non parlo dell’aiuto materiale offerto quando si può e che vuol dire: visite mediche, aiuto allo studio, soddisfazione di necessità essenziali e impossibili senza aiuto economico perché la persona è a zero di mezzi per età, o condizione fisica o altre forme di incapacitazione. Il veder fiorire o rifiorire una vita è sempre una cosa grande!

Il periodo per me più difficile e turbolento è stato ovviamente quello della guerra civile. Ti confesso che non mi piace parlarne… Ho vissuto delle situazioni di paura così violente che mi hanno lasciato il segno nell’emotività.  Io sono solito dire che ho l’emotività ‘rotta’: non riesco a raccontare quelle esperienze senza contenere le lacrime; così che adesso mi viene molto facilmente da piangere anche quando vedo una persona soffrire e piangere, come succede naturalmente in un funerale; specialmente quando vedo che non ci posso fare niente. Lasciamo perdere: è un problema mio…

Un altro ambito che ha richiesto da me un sacco di lavoro e preoccupazioni è stata la conduzione della scuola Murialdo proprio nei tempi peggiori della guerra, con fughe da casa e ritorni, la devastazione dei locali con perdita di tutto, documenti e materiale, compresa la casa dei padri interamente incenerita, il ri-aggruppare studenti ed insegnanti a Freetown dove ci eravamo rifugiati e per periodi lunghi, anche di un anno e più, cercare i locali in cui insegnare, soccorrere studenti e insegnanti che vivevano a volte in condizioni impossibili perché non potevano contare sull’appoggio di parenti o amici, la ‘battaglia’ per recuperare l’uso delle nostre scuole in Lunsar, ‘appropriate’ come caserme dai soldati delle Missioni ONU mandati per ‘fare’ e poi ‘mantenere la pace’… Poi, finalmente il ritorno in forma stabile e la ricostruzione grazie ad un progetto del Governo italiano. E quando tutto era di nuovo in ordine e funzionante… “Beh, adesso vai pure a Makeni a ripartire” con un’altra attività. E “Viva la volontà di Dio”…

Forse a qualcuno viene di nuovo di chiedermi, “Ma sei davvero contento della tua vita? Cosa ne dici: non sarebbe stato meglio se il Padre Eterno avesse tolto di mezzo un po’ di problemi e reso le cose più semplici…”. Ragionare così è ‘tempus persus’ come diceva scherzosamente un mio insegnante di Latino. Preferisco guardare avanti facendo tesoro delle lezioni del passato; così ho anche motivo di ringraziare il Signore per quello che mi ha insegnato con la vita.

 

Cara Rosanna,

Come vedi, ho proprio buttato giù il testo. Ma credo che più si elaborano le cose più si rischia di non essere autentici. Questo è quanto mi è uscito spontaneamente. Ho come “parlato con te”. Adesso sentiti libera di fare del testo ciò che vuoi!

 

Alla prossima!

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